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Daniela Reboldi interpreta Erik Satie: «Il compositore dell’assurdo, del silenzio e della modernità »

  • 21 mai
  • 5 min de lecture

Uscito sulle piattaforme pochi giorni fa, in data 5 maggio,  il brano Gympnopédies n. 1, apripista dell'album “Omaggio a Erik Satie”  della pianista Daniela Reboldi,  dedicato al grande compositore e musicista.

« Finalmente, ecco il ‘mio’ Satie” » - ha anticipato  alla stampa la talentuosa musicista  bresciana, reduce dai successi newyorkesi del riconoscimento Maria Callas Tribute Prize NY, assegnatole nella Grande Mela in occasione dell’ultima Festa Internazionale della Donna.


Éric Alfred Leslie Satie, detto Erik, scomparso  a Parigi nel 1925, fu personaggio stravagante e scomodo, indubbio protagonista dell'ambiente artistico francese tra la fine dell'800 e l'inizio del 900. La sua attività in ambito musicale si è via via ampliata includendo anche l'interesse per altri campi, dalla pittura alla letteratura al teatro e al cinema.



Che figura culturale e musicale è quella di Erik Satie?

Immensa, Nella sua arte sono confluiti impressionismo, simbolismo, cubismo, dadaismo, neoclassicismo, mantenendo al tempo stesso un'individualità netta e coerente in tutte le composizioni, ed è questo eclettismo e sincretismo unici che mi hanno sempre affascinato. A 160 anni dalla sua nascita, potremmo definirlo senza ombra di dubbio “genio e sregolatezza”. Il compositore normanno rimane una delle figure più enigmatiche, rivoluzionarie e deliberatamente incomprese della storia della musica occidentale. Più che un semplice musicista, Satie è stato un filosofo del suono, un provocatore accanito e il vero profeta di tutte le avanguardie del Novecento, dal minimalismo alla musica d'ambiente.


Entrare nel suo mondo musicale quale significato ha assunto per il tuo percorso artistico?

Ha significato abbandonare le certezze accademiche. Espulso dal Conservatorio di Parigi perché giudicato “privo di talento” e “l'allievo più pigro del mondo”, questo fantastico artista si vendicò ridefinendo da solo le regole dell'armonia. Mentre la Francia di fine Ottocento si estasiava per il titanismo di Wagner o la complessità di Debussy, Satie scelse la strada della sottrazione. Le sue celebri Gymnopédies (1888) e Gnossiennes introdussero un tempo sospeso, una malinconia nuda e priva di fioriture che ancora oggi incanta e destabilizza l'ascoltatore per la sua disarmante semplicità. Pensiamo al fatto che la sua vita parigina nel quartiere di Montmartre è leggenda. Amico di Picasso, Cocteau e Man Ray, Satie si muoveva come un fantasma ironico nella Ville Lumière. Per anni indossò esclusivamente sette abiti di velluto grigio identici, guadagnandosi il soprannome di “Velvet Gentleman”. Fondò persino una propria religione, la “Chiesa Metropolitana d'Arte di Gesù Condottiero”, di cui era l'unico fedele e sacerdote, utilizzandola come parodia delle istituzioni clericali e artistiche dell'epoca. Ma la sua provocazione più grande fu concettuale. Con la sua Musique d'ameublement (musica d'arredamento), Satie teorizzò una musica che non doveva essere ascoltata, ma doveva fare da sfondo visivo e sonoro, anticipando di cinquant'anni la ambient music di Brian Eno e i jingle commerciali. Durante la prima esecuzione, implorò il pubblico di continuare a parlare e a consumare drink, infuriandosi quando gli spettatori si fecero silenziosi per devozione nei suoi confronti. Ironico come pochi. Io l’ho sempre adorato nei miei tanti anni di faticoso studio al Conservatorio e di perfezionamento musicale. 


Ironia dissacrante, la sua.

Certamente sì, ed emergeva anche nelle indicazioni dei suoi spartiti. Invece dei tradizionali termini dinamici come allegro o andante, Satie chiedeva agli esecutori di suonare, ad esempio,  “con la punta delle dita” o “leggero come un uovo”. La sua opera Vexations consiste in un breve tema da ripetere per ben 840 volte consecutivamente: una sfida di resistenza mentale che richiede quasi venti ore di esecuzione ininterrotta. Satie morì in povertà nel 1925, logorato dall'alcol. Solo dopo la sua scomparsa gli amici poterono entrare nella sua misera stanza ad Arcueil, sigillata da vent'anni. Trovarono il caos più totale: due pianoforti a coda sovrapposti, centinaia di ombrelli mai usati e spartiti inediti nascosti dietro i mobili, tra cui il capolavoro Parade. A 160 anni dalla nascita, Satie non è più l'eccentrico emarginato dei caffè parigini, ma un gigante immortale. La sua musica minimale continua a insegnarci che la più grande forma di modernità risiede nella purezza del silenzio tra una nota e l'altra.



Ad oggi sono usciti due brani apripista del tuo album a lui dedicato, “Omaggio ad Erik Satie”. 

Satie è celebre tanto per le sue splendide melodie ipnotiche,quanto per la sua personalità straordinariamente eccentrica e surreale. Lungi dall'essere semplici pose commerciali, le sue manie quotidiane rasentavano l'assurdo e riflettevano un rifiuto totale delle convenzioni sociali del suo tempo. Le sue bizzarrie lo hanno reso una leggenda dell'avanguardia parigina.


Qualche esempio?

Il guardaroba ossessivo e i 100 ombrelli tutti uguali. Oppure la sua dieta “totalmente bianca”. Nelle sue memorie satiriche, intitolate Quaderni di un amnesico, Satie descrisse un regime alimentare basato esclusivamente su cibi di colore bianco. Il suo menu comprendeva uova, zucchero, riso, cocco, rape, lardo, pollo bollito in acqua bianca, formaggi freschi e persino “salsicce al canforo”. Sosteneva inoltre di non parlare mai durante i pasti per evitare il rischio di soffocare. Era anche capace di stravaganze insolite come mangiare 150 ostriche in una sola seduta. Potremmo parlare a lungo di tante altre sue stranissime abitudini. Rendiamoci conto di quale personaggio inimitabile stiamo parlando! (sorride).



Il tuo lavoro dedicato a Erik Satie esplora l’essenza più intima e visionaria della sua musica attraverso le celebri Gymnopédies e Gnossiennes. Ed anche Ogives.

Esatto. Le mie interpretazioni restituiscono tutta la delicatezza e l’ambiguità poetica di queste pagine, dove la semplicità apparente nasconde una profondità emotiva sorprendente. Le Gymnopédies, composte nel 1888, sono tra le opere più famose di Satie. Il titolo deriva dalle Gymnopaidiai, antiche feste religiose della città di Sparta, durante le quali giovani uomini danzavano o eseguivano esercizi rituali. Il termine richiama quindi qualcosa di arcaico, solenne e misterioso, caratteristiche che si ritrovano nella musica: lenta, essenziale e quasi immobile. Le Gymnopédies sembrano evocare una danza antica immersa nel silenzio. Le Gnossiennes hanno un significato ancora misterioso. Anche lo stesso termine Gnossiennes è enigmatico. Probabilmente deriva da Cnossos, l’antica città di Cnosso legata al mito del labirinto e del Minotauro. Alcuni studiosi collegano il nome anche alla parola “gnosi”, cioè conoscenza spirituale o esoterica. Questo si lega all’interesse di Satie per il misticismo. Le Gnossiennes sono ancora più libere delle Gymnopédies: spesso non hanno battute regolari e includono indicazioni insolite per l’esecutore, quasi poetiche o ironiche. E poi, Ogives, una delle prime opere per pianoforte composte da Erik Satie intorno al 1886. Anche se non è tra le sue composizioni più famose, come le Gymnopédies, è molto importante perché mostra già il suo stile originale e innovativo. Il titolo Ogives si riferisce alle arcate gotiche appuntite, tipiche delle cattedrali medievali. Satie era affascinato dall’arte gotica e dall’atmosfera spirituale delle grandi chiese. Infatti, ascoltando questi brani, si percepisce una sensazione di solennità, lentezza e meditazione, quasi come se la musica accompagnasse una visita in una cattedrale. Dal punto di vista musicale, Ogives utilizza armonie semplici ma suggestive, con accordi ripetuti che creano un’atmosfera ipnotica. Non troviamo melodie molto sviluppate o virtuosismi pianistici; l’obiettivo sembra essere quello di evocare emozioni profonde e uno spazio sonoro contemplativo. Questa ricerca di semplicità rende Satie diverso dai compositori romantici del suo tempo, che spesso preferivano opere più complesse e drammatiche. In questo senso, Ogives può essere vista come un’opera innovativa, che influenzerà in seguito correnti come il minimalismo e alcuni compositori contemporanei. Attraverso una musica essenziale e meditativa, il compositore riesce a trasformare l’ispirazione architettonica delle cattedrali gotiche in esperienza sonora.


Ringraziamo Daniela di questo incontro di passaggio a Roma, e andiamo subito ad ascoltarla sulle principali piattaforme musicali. Per saperne di più in generale sulle sue attività, basta consultare il sito ufficiale www.danielareboldi.it


Lisa Bernardini


Foto di Daniela Reboldi : Paolo Sbalzer di Sbam Design

Foto di ERIK Satie : wikipedia 

 

 

 

 
 
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