Tra i misteri di Napoli e le suggestioni della Francia: il viaggio letterario di Carlo Morriello

Ambientato nella Napoli del 1892, Oltre l’ombra dei colori di Carlo Morriello, pubblicato da Bookabook di Milano, accompagna il lettore in una vicenda in cui la pittura diventa la porta d’accesso a segreti rimasti sepolti nel tempo. Protagonista è Michele Castaldo, pittore chiamato a realizzare un affresco nel monastero di Santa Chiara, proprio su una parete segnata da un episodio inquietante e da voci di una presunta maledizione. Da questo incarico prende avvio un percorso tra opere d’arte, passioni, legami familiari e verità difficili da affrontare.
Michele Castaldo è un pittore che sogna il riconoscimento del proprio talento e si ritrova coinvolto in una vicenda più grande di lui. Quanto c’è di universale nella sua ricerca di affermazione e quanto, invece, appartiene alle inquietudini di un uomo del suo tempo?
Credo che il desiderio di essere riconosciuti per ciò che siamo e per ciò che sappiamo fare appartenga a ogni epoca. Michele non cerca soltanto il successo: attraverso la pittura desidera dare un senso alla propria esistenza, lasciare una traccia del suo passaggio nel mondo. È un’aspirazione che può appartenere tanto a un artista dell’Ottocento quanto a un giovane di oggi.
Ciò che lo lega al suo tempo è invece il peso delle convenzioni sociali, delle gerarchie e di una concezione dell’arte ancora condizionata dal prestigio delle istituzioni e dal giudizio dei committenti. Michele vive un’epoca di trasformazioni, nella quale le aspirazioni individuali si confrontano con nuovi orizzonti, ma anche con resistenze profondamente radicate.
Eppure, il suo conflitto più importante non riguarda il riconoscimento degli altri, bensì quello di sé stesso. Ed è proprio questa distanza tra ciò che desideriamo diventare e ciò che scopriamo di essere a rendere, credo, la sua vicenda universale.

Nel romanzo la pittura non è soltanto una professione o una forma di espressione: sembra diventare anche uno strumento per leggere l’animo umano. Pensa che un’opera d'arte possa rivelare qualcosa che le parole, da sole, non riescono a raccontare?
Assolutamente. Credo che l’arte possieda una capacità particolare: quella di rendere percepibile ciò che non riusciamo ancora a formulare attraverso il linguaggio. Un dipinto non ci dice necessariamente che cosa dobbiamo pensare o provare. Ci mette davanti a qualcosa che possiamo riconoscere intimamente, anche senza riuscire a spiegarlo. La pittura, inoltre, conserva una dimensione di ambiguità che mi affascina. Due persone possono osservare lo stesso quadro e vedervi cose completamente diverse, perché ciascuna porta con sé la propria memoria, le proprie esperienze, le proprie inquietudini.
Nel romanzo questa possibilità diventa parte integrante della vicenda. Michele è abituato a osservare il mondo per riprodurlo sulla tela, ma progressivamente comprende che vedere non significa necessariamente conoscere. Nella fattispecie, proprio ciò che ha davanti agli occhi è ciò che farà più fatica a comprendere.
Il mistero si sviluppa attraverso personaggi, indizi e vicende che si intrecciano progressivamente. Come ha lavorato sulla costruzione della suspense?
La costruzione della suspense è stata una delle sfide narrative più stimolanti. Ho lavorato cercando di intrecciare due percorsi: quello degli avvenimenti, con gli indizi, le scoperte e gli interrogativi che si susseguono, e quello interiore del protagonista, che progressivamente modifica il proprio modo di vedere e interpretare la realtà.
Perché un mistero funzioni, credo sia necessario trovare un equilibrio tra ciò che si rivela e ciò che si lascia intuire. Il lettore deve avere a disposizione gli elementi per formulare delle ipotesi, ma non necessariamente tutti quelli per comprenderne subito il significato. Ho quindi prestato particolare attenzione alla distribuzione delle informazioni, ai collegamenti tra episodi apparentemente lontani e alla funzione dei personaggi, ciascuno dei quali contribuisce a orientare o mettere in discussione le convinzioni di Michele.
Un altro aspetto importante è stato il ritmo. Ho cercato di alternare momenti di tensione a passaggi più introspettivi, nei quali il lettore potesse soffermarsi sulle conseguenze emotive delle scoperte. Non volevo una successione ininterrotta di colpi di scena, ma una tensione capace di crescere anche attraverso i silenzi, le esitazioni e ciò che i personaggi scelgono di non dire.
In fondo, la suspense che più mi interessa non nasce soltanto dalla domanda «Che cosa accadrà?», ma anche da un’altra, forse più inquietante: «Che cosa cambierà quando finalmente sapremo la verità?».
Napoli è molto più di uno sfondo: con i suoi vicoli, le botteghe, i monasteri e le differenze sociali, sembra partecipare alla narrazione. Che cosa può raccontare questa città di sé attraverso un romanzo ambientato nel passato? E quanto della Napoli di allora possiamo riconoscere in quella di oggi?
Napoli è una città nella quale il passato non sembra mai scomparire del tutto. Continua a vivere nei luoghi, nelle tradizioni, nel linguaggio, persino nel modo in cui gli abitanti si rapportano alla vita e alla morte. Ambientare un romanzo nel 1892 mi ha permesso di osservare questa continuità da una prospettiva diversa.
La Napoli di Michele è una città attraversata da profonde disuguaglianze, nella quale convivono splendore artistico e povertà, aspirazioni moderne e antiche credenze. Molto è cambiato da allora, naturalmente, ma alcune contraddizioni sono ancora riconoscibili.
Non credo, tuttavia, che si debba guardare al passato soltanto per cercare somiglianze con il presente. La narrativa storica offre anche la possibilità di misurare le distanze, di comprendere quanto siano cambiate le mentalità e le condizioni di vita. È proprio dal confronto tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati che può nascere uno sguardo più consapevole sulla città di oggi.
Proviamo a mettere in dialogo la Napoli del 1892 raccontata nel romanzo e la Francia della stessa epoca. Quali somiglianze e quali differenze emergerebbero nel modo di vivere il cambiamento, nel rapporto tra tradizione e progresso e nel peso che la società attribuiva all’arte, alla religione e alle convenzioni?
Mi piace immaginare questo dialogo, perché Napoli e la Francia di fine Ottocento, pur appartenendo a realtà differenti, erano attraversate da tensioni comuni. Entrambe vivevano il confronto tra tradizione e modernità, tra le convinzioni religiose e una società che andava progressivamente trasformandosi.
La Francia della Terza Repubblica, e soprattutto Parigi, rappresentava uno dei principali laboratori della modernità europea. Napoli, invece, portava con sé una storia diversa, segnata anche dalle difficoltà dell’integrazione nel nuovo Stato italiano. Il cambiamento assumeva quindi ritmi e forme differenti. Anche il rapporto con la religione presentava caratteristiche diverse: mentre nella Francia repubblicana si rafforzava il dibattito sulla laicità delle istituzioni, a Napoli la tradizione cattolica continuava a intrecciarsi profondamente con la vita quotidiana e con le credenze popolari.
Mi sembra particolarmente interessante il rapporto con l’arte. A Parigi, l’impressionismo e le successive sperimentazioni pittoriche avevano contribuito a mettere in discussione i linguaggi accademici. Anche a Napoli, attraverso esperienze come quelle della Scuola di Posillipo e dei pittori successivi, si era sviluppata una sensibilità nuova verso la luce, il paesaggio e la rappresentazione del vero.
In fondo, entrambe le realtà si confrontavano con una domanda che considero ancora attuale: come accogliere il nuovo senza perdere ciò che costituisce la propria identità?

La Francia ha avuto un ruolo importante nella cultura europea dell’Ottocento, anche come punto di riferimento artistico e letterario. Nel ricostruire la Napoli del 1892, ha guardato anche a influenze francesi o a correnti culturali che circolavano tra i due Paesi? E quanto ritiene che conoscere questi intrecci aiuti oggi un lettore francese, o un italiano che vive in Francia, a ritrovare nel romanzo una parte della storia culturale comune europea?
Sì, durante il lavoro di documentazione ho approfondito anche le influenze francesi sulla cultura italiana dell’Ottocento. Mi interessava comprendere non soltanto come si vivesse nella Napoli del 1892, ma anche quali idee, correnti artistiche e sensibilità letterarie attraversassero l’Europa di quel periodo.
La Francia rappresentava un riferimento importante. Il realismo e il naturalismo avevano contribuito a trasformare il modo di raccontare la società, mentre in pittura si affermavano nuove concezioni della luce, del colore e della rappresentazione della realtà. Queste esperienze dialogavano, in forme differenti, con le ricerche degli artisti italiani.
Esistevano inoltre rapporti concreti tra gli ambienti artistici napoletani e quelli francesi. Penso, per esempio, a Giuseppe De Nittis, che seppe inserirsi nella vita artistica parigina mantenendo una sensibilità profondamente legata alle proprie origini. La sua vicenda testimonia quanto gli scambi culturali fossero già allora capaci di superare i confini nazionali.
Credo che conoscere questi intrecci permetta di leggere il romanzo anche come testimonianza di un’epoca nella quale le culture europee si influenzavano reciprocamente. Per un lettore francese, o per un italiano che vive in Francia, può essere interessante riconoscere, dietro una storia ambientata a Napoli, elementi di una sensibilità artistica e culturale condivisa.
Apprezza gli autori francesi?
Certamente. La letteratura francese occupa un posto importante nel mio percorso di lettore, anche per la straordinaria varietà delle sue forme narrative.
Penso a Victor Hugo, per la capacità di intrecciare i destini individuali con i grandi conflitti della società; a Balzac, per l’ampiezza del suo affresco umano; a Flaubert, per il rigore della scrittura e la profondità dell’indagine psicologica; e a Émile Zola, per la volontà di osservare la realtà anche nei suoi aspetti più scomodi. Aggiungerei Alexandre Dumas, che considero particolarmente interessante per la sua straordinaria capacità di raccontare. Nei suoi romanzi l’avventura, l’intrigo e il ritmo narrativo si intrecciano con personaggi memorabili, dimostrando quanto una trama complessa possa mantenere viva l’attenzione del lettore senza rinunciare alla ricchezza delle passioni umane.
Sono autori molto diversi tra loro, ma proprio questa diversità testimonia la vitalità della narrativa francese. Da ciascuno si può apprendere qualcosa: il respiro della grande narrazione, la costruzione dei personaggi, l’attenzione alla lingua o l’arte di tenere il lettore sospeso tra una pagina e l’altra.
Un'ultima curiosità: se lo avesse ambientato in Francia, quale città avrebbe scelto?
Probabilmente Parigi. Non soltanto per il suo straordinario patrimonio artistico, ma perché nella Parigi di fine Ottocento avrei ritrovato alcune delle contraddizioni che mi hanno spinto a scegliere Napoli: il confronto tra modernità e tradizione, tra ricchezza e miseria, tra aspirazioni individuali e convenzioni sociali.
Mi affascina soprattutto l’idea di una città che cambia sotto gli occhi dei suoi abitanti, mentre continua a custodire tracce di un passato che non vuole scomparire. La Parigi della Belle Époque, con i suoi atelier, i caffè frequentati dagli artisti, i grandi boulevard e i quartieri popolari, avrebbe offerto a Michele un ambiente ricco di suggestioni e conflitti.
Naturalmente, sarebbe nato un romanzo diverso. Le città non sono contenitori intercambiabili: influenzano il carattere dei personaggi, le loro possibilità, persino il modo in cui interpretano il mondo. Michele, nella Parigi del 1892, avrebbe forse inseguito gli stessi sogni, ma avrebbe incontrato altri ostacoli e scoperto altre verità.
E chissà, forse anche i suoi colori sarebbero stati diversi.
Lisa Bernardini



