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Evelina Nazzari, «Dopo la fine»: quando il dolore diventa parola e la memoria si trasforma in vita

  • 27 août
  • 6 min de lecture

Ci sono esperienze davanti alle quali anche le parole sembrano arrendersi. La perdita di un figlio appartiene a questa dimensione estrema del dolore: un evento capace di spezzare il tempo, modificare la percezione della realtà e mettere in discussione persino l'identità di chi rimane. È da questo abisso, ma anche dalla necessità di trovare una strada per riemergere, che nasce «Dopo la fine», il libro di Maria Evelina Buffa, conosciuta artisticamente come Evelina Nazzari, riproposto in una nuova edizione da Edizioni Sabinae. Un'opera profondamente personale, nella quale l'attrice, drammaturga e scrittrice affronta senza protezioni il lutto per la tragica scomparsa del suo unico figlio, Leonardo, concentrandosi soprattutto sui primi due anni successivi alla perdita. Non è, però, soltanto il racconto di una tragedia privata. «Dopo la fine» è soprattutto la cronaca interiore di una trasformazione: quella di una donna costretta a confrontarsi con un'assenza che non può essere colmata e, nello stesso tempo, con la necessità di continuare a vivere. Evelina, in questa ennesima prova di scrittrice, si dimostra artista di grande talento.  Del resto, il sangue familiare non mente, essendo cresciuta in un ambiente fortemente legato allo spettacolo: il padre è Amedeo Nazzari, uno dei più grandi divi del cinema italiano del dopoguerra; la madre è Irene Genna, attrice di origine greca. Ma non tutto è oro quello che luccica, e nella vita di Evelina si abbatte la tragedia delle tragedie: la grave sofferenza psichica di Leonardo, con forti disagi durati anni, e poi la morte per suicidio a soli 26 anni. Ed è così che la tragedia diventa  ancora piu’ difficile da accettare e gestire per una madre che rimane sola nel silenzio, fra domande senza risposte, e nel buio di un  dolore muto. 



La scelta della forma in cui il libro è scritto non è casuale. Evelina Nazzari ha costruito la propria carriera soprattutto sul teatro. Si è formata nella recitazione allo Studio Fersen, dopo aver studiato danza e pianoforte. Il suo debutto teatrale avvenne giovanissima nel ruolo di Rossana nel «Cyrano de Bergerac» diretto da Maurizio Scaparro, esperienza che la portò anche a Parigi. Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti protagonisti della scena italiana, tra cui Alida Valli, Arnoldo Foà, Ottavia Piccolo e Carlo Giuffrè. È dunque una donna abituata alla parola, alla voce, al corpo dell'attore e al rapporto diretto con il pubblico. Eppure, di fronte alla morte del figlio, anche il linguaggio sembra inizialmente insufficiente. La scrittura diventa allora una necessità quasi fisica: mettere fuori di sé la disperazione, darle una forma, trasformare il silenzio in una voce. È proprio da questa urgenza che prende corpo «Dopo la fine».


Due anni, due scritture, con un unico dolore. Il libro è infatti costruito attraverso due monologhi, differenti per forma e per momento emotivo. Il primo nasce durante il primo anno dalla dipartita di Leonardo e conserva una forte impronta teatrale: è il confronto diretto con la tragedia, il momento in cui il dolore appare ancora assoluto, senza coordinate e senza punti di riferimento. Nel secondo anno cambia anche la scrittura. Il testo assume la forma di una sorta di diario di bordo, accompagnando gli spostamenti dell'autrice attraverso diverse città. La prosa diventa più asciutta, frammentaria, attenta ai piccoli gesti e alla difficile ricostruzione del quotidiano. Il passaggio da una parte all'altra del libro racconta così anche il passare del tempo. Non un tempo capace di cancellare il dolore - perché certe assenze non si cancellano - ma un tempo che permette lentamente di imparare a convivere con ciò che è accaduto. Il viaggio diventa quindi anche un viaggio interiore. Cambiano i luoghi, le stagioni, le relazioni con le persone, il modo di guardare gli spazi conosciuti e quelli nuovi. Cambia soprattutto la percezione di sé. Uno degli aspetti più profondi dell'opera riguarda proprio la metamorfosi dell'identità materna. La morte di un figlio non sottrae soltanto una presenza affettiva: altera il modo stesso in cui una madre percepisce il mondo. Il libro osserva questo cambiamento con una sincerità che non cerca scorciatoie consolatorie. Famiglia, amicizie, luoghi, abitudini quotidiane e persino il mutare delle stagioni assumono significati differenti. 



Evelina Nazzari racconta dunque non soltanto la perdita di Leonardo, ma ciò che accade dopo quella perdita. Ed è proprio quel «dopo» contenuto nel titolo a rappresentare il cuore dell'opera. Cosa significa vivere quando una parte fondamentale della propria esistenza è stata improvvisamente strappata via? Come si può tornare a progettare il futuro? E soprattutto: come può una madre continuare a sentirsi madre quando il figlio non è più fisicamente accanto a lei? Sono domande alle quali il libro non pretende di offrire risposte definitive. La sua forza sta piuttosto nell'averle attraversate. La dimensione privata del racconto finisce così per assumere un valore universale. Scrivere significa, per Evelina, non rimanere sola dentro il proprio dolore. Significa anche creare un ponte con chi ha conosciuto o sta conoscendo la stessa esperienza. La sofferenza, una volta affidata alle parole, può diventare ascolto, riconoscimento, condivisione. È questo uno degli elementi più preziosi di «Dopo la fine»: la capacità di non trasformare il lutto in una semplice narrazione autobiografica, ma di renderlo esperienza capace di dialogare con quella degli altri. Il libro non nasconde la disperazione. Al contrario, la attraversa fino in fondo. Ma proprio per questo, progressivamente, lascia emergere un'altra parola: rinascita. Non la rinascita intesa come dimenticanza. Non il ritorno alla vita di prima, che non è più possibile. Piuttosto, la costruzione lenta e faticosa di una vita diversa, nella quale l'assenza possa convivere con la memoria e l'amore possa continuare ad avere una presenza concreta. 


«Dopo la fine» conferma la natura poliedrica di Evelina Nazzari. Alla lunga esperienza teatrale e cinematografica si affianca infatti da tempo quella letteraria. Tra le sue opere figurano anche «Spesso sono arrivata seconda» e «Memorie a brandelli», testi nei quali la scrittura diventa strumento per ripercorrere ricordi, radici familiari e frammenti della propria esistenza. In questo senso «Dopo la fine» rappresenta un passaggio particolarmente intenso: la scena, luogo per eccellenza della rappresentazione, lascia spazio alla pagina, dove non esiste un personaggio dietro cui proteggersi. La voce dell'attrice e quella della scrittrice finiscono per incontrarsi. Il monologo teatrale diventa monologo interiore; la parola pronunciata diventa parola scritta; il palcoscenico si trasforma nella pagina bianca. E proprio la conoscenza profonda del linguaggio teatrale sembra conferire al libro una particolare intensità. Il dolore non viene semplicemente raccontato: viene quasi messo in scena, attraversato, ascoltato.


Il paradosso più forte del libro è racchiuso nel suo stesso titolo. «Dopo la fine» sembra parlare di un punto definitivo, di qualcosa che non può essere modificato. Eppure, quel «dopo» apre uno spazio nuovo. È lo spazio nel quale l'autrice prova a ricostruire il presente, a tornare a muoversi, a incontrare persone, città, pensieri, emozioni. La fine, allora, non coincide con la cessazione della vita. Diventa piuttosto una frattura irreversibile tra un prima e un dopo. Leonardo rimane nella memoria, nel dolore e nell'amore della madre. Ma proprio la memoria può diventare una forma di presenza diversa, invisibile e tuttavia profondissima.

È qui che il libro assume il suo significato più universale: non insegna a dimenticare, ma a continuare ad amare senza la presenza fisica di chi abbiamo perduto.



Leggere «Dopo la fine» significa entrare con rispetto nella parte più vulnerabile di una donna che ha scelto di non nascondere le proprie ferite. Ma significa anche incontrare una professionista che, dopo una lunga esperienza nel teatro, nel cinema e nella scrittura, ha saputo mettere la propria arte al servizio di una verità umana difficilissima da raccontare. Il dolore per Leonardo non viene trasformato artificialmente in qualcosa di bello. È la sua elaborazione, attraverso la parola, a generare una forma nuova di bellezza.


E così, pagina dopo pagina, il libro suggerisce che forse la rinascita non è un gesto improvviso, né una vittoria sul dolore. È fatta di piccoli passi, di giornate attraversate una alla volta, di viaggi, incontri, ricordi e silenzi. È la capacità di tornare lentamente a respirare senza sentirsi in colpa per il fatto di essere ancora vivi. Con «Dopo la fine», Evelina Nazzari consegna dunque al lettore qualcosa che va oltre il racconto di un lutto. Consegna una testimonianza sulla fragilità e sulla resistenza, sulla memoria e sull'amore, sull'assenza e sulla possibilità di ricominciare.

Perché talvolta la vita non ci chiede di dimenticare ciò che abbiamo perduto. Ci chiede, più semplicemente e più dolorosamente, di imparare a portarlo con noi.


Mentre il lettore ringrazia Evelina per la generosità e la delicatezza con cui si è aperta, la saluta guardando al futuro. La ritroverà presto sul palcoscenico e tra le pagine dei suoi libri, dove la sua voce, arricchita da questa profonda umanità, continuerà a parlarci di fragilità, di arte e, soprattutto, di vita.

 

Lisa Bernardini


Le foto provengono dall'archivio di Evelina Nazzari per gentile concessione d'uso nell'articolo. 

 
 
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