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Il Nido Architecture - L’anima accogliente dell’hotel Miss Fuller

A pochi passi dall’Arco di Trionfo, l’hotel Miss Fuller riporta in vita lo spirito dell’Art Nouveau con uno sguardo contemporaneo e sensibile. Dietro questo progetto c’è la visione di Chiara Patrassi, architetto e cofondatrice dello studio NIDO, per la quale l’architettura d’interni è prima di tutto un atto di accoglienza. Tra curve avvolgenti, materiali naturali e collaborazioni artistiche, Miss Fuller diventa un rifugio urbano, poetico e profondamente umano.


Chiara, partiamo dal tuo percorso. Come si è costruita la tua formazione tra Roma, Parigi e New York?

«Sono nata e cresciuta a Roma, dove ho iniziato gli studi di architettura. A un certo punto ho sentito il bisogno di aprirmi a un’altra visione e mi sono trasferita a Parigi, dove mi sono laureata all’École des Beaux-Arts. Subito dopo sono partita per New York per uno stage nello studio di Peter Marino: è lì che è nata la mia vera passione per l’interior design. Tornata a Parigi ho lavorato per JM Wilmotte e poi per Louis Vuitton, dove ho seguito per sei anni numerosi progetti di boutique in tutto il mondo. Successivamente sono entrata nello studio di Philippe Starck, scoprendo il mondo dell’hospitality, che mi ha conquistata definitivamente.»

 

                                                   

È in questo contesto che nasce NIDO. Perché questo nome?

«Con la mia socia, Alexandra Bernaudin, cercavamo una parola semplice, breve, facile da pronunciare in tutte le lingue. Nido ha una musicalità universale, ma soprattutto un significato molto forte: il nido è rifugio, protezione e conforto. È l’essenza stessa dell’architettura. Crediamo che il compito dell’architetto sia creare armonia tra volumi, proporzioni, luce, materiali, aria, temperatura e protezione dai rumori, per far sì che le persone si sentano bene. Come diceva Luis Barragán: “qualsiasi opera architettonica che non esprima serenità è un errore”.»


Come nasce il progetto dell’hotel Miss Fuller?

«Il progetto nasce dalla volontà di Carine Tissot, responsabile della Drawing Society, con cui avevamo già realizzato altri due hotel. L’edificio era un ex hotel che per un periodo era stato utilizzato come residenza per artisti: ogni artista vi abitava per un mese o più, ed era un luogo aperto e visitabile. Carine ha poi deciso di ristrutturarlo mantenendo questa forte dimensione artistica. Poiché il palazzo era stato progettato nel 1894 da Louis Marnez in stile Art Nouveau, l’idea è stata quella di partire proprio da questo linguaggio e reinterpretarlo in chiave contemporanea.»


L’Art Nouveau è il filo conduttore del progetto. Come lo avete tradotto negli interni?

«Abbiamo studiato a lungo l’Art Nouveau, anche attraverso ricerche al Museo delle Arti Decorative, per comprenderne l’essenza più che copiarne i codici. Ci interessavano le curve iperboliche, i motivi vegetali, la ricchezza dei dettagli, ma reinterpretati con uno sguardo attuale. Da lì abbiamo disegnato tutti gli interni: mobili su misura, lampade in vetro colorato, tappeti, carte da parati, scegliendo solo materiali naturali. Tutto è stato pensato per creare un’atmosfera avvolgente e coerente.»                                                           

 


Un elemento centrale del progetto è il lavoro con gli artisti. Come si è sviluppata questa collaborazione?

«I cinque artisti li abbiamo scelti insieme, io e Carine. Lei, grazie al suo lavoro con la Drawing Society e il Salone del Disegno Contemporaneo, conosce moltissimi artisti. Cercavamo personalità diverse ma compatibili con il progetto, capaci di adattare il proprio linguaggio a supporti complessi come carte da parati, tappeti e moquette. Ogni piano dell’hotel è firmato da un artista diverso: una vera sfida. Alcuni avevano subito un’idea molto chiara, altri avevano bisogno di essere accompagnati, aiutati a tradurre la loro visione in un progetto tecnicamente realizzabile. È stato uno scambio molto ricco, umano e creativo.»


Quanto è importante questo ruolo di accompagnamento degli artisti?

«Molto. È divertente e arricchente. Spesso si tratta di artisti tra i 30 e i 50 anni, non sconosciuti ma ancora in una fase di crescita. Aiutarli concretamente a realizzare un progetto applicato, come un tappeto o una carta da parati, significa anche trasmettere competenze tecniche che non fanno parte del loro percorso abituale. Con alcuni di loro siamo rimasti in contatto, ci invitano alle mostre. È un dialogo che continua nel tempo.»

 

                                           

Miss Fuller ha un’atmosfera molto riconoscibile. In cosa si distingue dagli altri hotel del gruppo che hai realizzato?

«Miss Fuller è ispirato non solo all’Art Nouveau, ma anche alla figura di Loïe Fuller, pioniera della danza moderna, donna rivoluzionaria ed emblematica della Belle Époque. Il nome è arrivato dopo, quasi naturalmente. Ci piace pensare all’hotel come a un ritratto femminile: poetico, audace, sensuale ma anche accogliente. Le curve, i colori, la luce, la presenza delle opere d’arte immersive rendono l’esperienza molto coinvolgente e unica.»


Quanto tempo è stato necessario per realizzare il progetto?

«Circa due anni, tra fase di studio e cantiere.»


La sostenibilità è un tema centrale oggi. Come l’avete affrontata in questo progetto?

«Per noi sostenibilità significa prima di tutto lavorare con aziende locali e sviluppare l’artigianato. La maggior parte dei mobili è stata realizzata in Francia, collaborando con imprese locali ed europee. È un modo concreto per ridurre l’impatto ambientale e allo stesso tempo sostenere un savoir-faire di qualità.»


Che ruolo ha oggi l’architetto, soprattutto nell’ambito dell’hospitality?

«Noi lavoriamo sull’architettura d’interni e sull’hospitality, quindi non mi sento di parlare come un’urbanista. Ma credo che oggi più che mai sia fondamentale creare luoghi sicuri, accoglienti, protettivi. Che si tratti di una casa o di un hotel, una “casa di passaggio”, l’importante è che le persone si sentano bene, accolte, sollevate. Questo è il cuore del nostro lavoro.»


Se dovessi riassumere l’essenza dell’hotel Miss Fuller in tre parole?

«Avvolgente, poetico e ricercato.» ​                                                                                                                                                       Michela Secci

 
 
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