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Indomita, di Civita Di Russo: una vita in prima linea contro le mafie

  • 28 déc. 2025
  • 6 min de lecture

Civita Di Russo, avvocato specializzato in diritto penale, è attualmente vicecapo di Gabinetto con funzioni vicarie del Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Con un’esperienza professionale maturata in oltre vent’anni di attività forense, ha operato prevalentemente nel contrasto alla criminalità organizzata in aree caratterizzate da una forte presenza mafiosa, vivendo per lungo tempo sotto tutela. Nel corso della sua carriera ha partecipato a un numero rilevantissimo di complesse attività investigative e istruttorie sull’intero territorio nazionale, interagendo con figure centrali della criminalità che hanno segnato gli ultimi trent’anni della storia della Repubblica italiana. Per quanto concerne l’attività giudiziaria, ha preso parte a numerosi procedimenti di particolare rilievo, tra cui i processi per gli omicidi dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, celebrati presso le sedi giudiziarie di Palermo e Caltanissetta, nonché i procedimenti relativi alle stragi del 1993, in particolare quelle di via dei Georgofili a Firenze e di via del Velabro a Roma. Tale impegno professionale è stato portato avanti negli ultimi venticinque anni con profondo senso delle istituzioni, rigore morale e piena consapevolezza dell’alto valore, anche simbolico, della funzione svolta. Ha ricoperto la carica di Presidente nazionale dell’Associazione Professionale A.L.A. (Associazione Liberi Avvocati), organismo impegnato nel fornire supporto ai professionisti che quotidianamente garantiscono assistenza legale ai soggetti meno abbienti. Parallelamente, ha svolto attività di docenza in numerosi seminari dedicati alla formazione giuridica dei minori presso istituti scolastici di primo e secondo grado in Campania e nel Lazio, nonché presso la Scuola di Polizia di Spoleto, dove ha tenuto lezioni rivolte a personale della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza impegnato nella gestione dei collaboratori di giustizia su scala nazionale. Lo scorso agosto è uscito il suo libro Indomita per i tipi di Castelvecchi, e la incontriamo per saperne di più. 



Qual è stata la sua personale evoluzione di ruolo nella lotta alla mafia, e come la lotta alla criminalità organizzata è cambiata dai tempi di Falcone e Borsellino?


"Entrai in quell'aula bunker come una ragazzina spaventata, con la toga che mi sembrava troppo grande. Difendere i primi pentiti significava sfidare silenzi ostili e minacce velate, imparando la legge non sui libri, ma tra urla e segreti mafiosi. Fu lì che nacque la mia Indomita: una battaglia quotidiana per strappare verità dal buio, senza eroismi, solo tenacia".


La mia carriera è partita appunto da giovane avvocato, imparando la legge sul campo nelle aule bunker, tra minacce e silenzi istituzionali. Ho difeso pentiti di Cosa Nostra e altre mafie, affrontando dolore e solitudine per conquistare fiducia giorno dopo giorno, trasformando la difesa in una battaglia umana disarmata. Oggi, dopo processi epici, vedo il mio ruolo come ponte tra verità imperdonabili e giustizia, senza retorica.


Dai tempi di Falcone e Borsellino, con il loro "metodo" di indagini patrimoniali e maxiprocessi, la lotta si è evoluta. Ora si combatte il riciclaggio globale e le mafie ibride con sequestri patrimoniali sistematici e collaborazioni internazionali. Si è passati da una fase di violenza stagista a metodi più silenziosi. Oggi la mafia si infiltra nella economia, negli appalti, nelle finanze, nei traffici internazionali, diventando meno appariscente, ma più pervasiva e difficile da individuare.


Rispetto agli anni '80-'90, i pentiti restano centrali, ma richiedono altresì prove patrimoniali più rigorose per smantellare imperi economici mafiosi.


 

Parliamo della metamorfosi del ruolo femminile in un mondo patriarcale come sicuramente è quello dei collaboratori di giustizia. In che modo è riuscita a trasformare quello che inizialmente era percepito come un limite culturale nel suo punto di forza più grande per scardinare l'omertà mafiosa?


Nel mondo patriarcale dei collaboratori di giustizia, dove il maschilismo regna sovrano e una fimmina è sinonimo di debolezza, ho trasformato quel pregiudizio nel mio punto di forza.

All'inizio mi guardavano con sufficienza: un capomandamento di Caltanissetta, mai pentito, esclamò Chista fimmina è!, aspettandosi un uomo al suo fianco come difensore. Quegli occhi pieni di sfiducia mi ferirono, ma li usai come leva: sola con lui, parlai di sacrifici, studio e tenacia, non di emozioni. Trent'anni dopo, quel pentito mi disse di dovermi la vita, ricreduto da una donna che aveva infranto il suo schema mentale. L'omertà mafiosa si nutre di codici maschili, di silenzi tra "uomini veri", ma io entrai come estranea, una femmina nel loro sancta sanctorum, e quello squilibrio divenne la mia arma. Ascoltavo senza giudicare, con empatia disarmante, strappando confessioni che un avvocato uomo non avrebbe mai ottenuto: donne pentite, come Luisa tradita dal boss, si aprirono grazie a quel filo di sorellanza nel dolore. Il mio essere "indomita" – ribelle ai ruoli imposti – ha scardinato muri, perché la mafia non si aspetta resilienza da chi considera fragile.

 


Lei descrive il passaggio dal sogno infantile di essere come Perry Mason, che difende solo innocenti, alla realtà brutale di dover ascoltare e difendere autori di crimini efferati, verso i quali ammette di non poter provare perdono. Parla della necessità di costruire una corazza per sopravvivere al male quotidiano. Qual è il prezzo personale di questa "impermeabilità emotiva" e come si fa a mantenere intatta la propria umanità quando si è costretti a sospendere il giudizio morale per garantire una difesa tecnica?


Dal sogno di essere come Perry Mason, che difendeva eroi innocenti, con colpi di scena perfetti, sono precipitata nella voragine delle aule bunker, costretta ad ascoltare confessioni di stragi e tradimenti familiari da mostri che non potrò mai dimenticare. Questa impermeabilità emotiva – una corazza forgiata per non crollare sotto il peso del male quotidiano – mi ha rubato sonni interi, popolati da urla di vittime fantasma, e ha eretto muri tra me e i miei affetti più cari, trasformando la solitudine in compagnia inseparabile. Il cuore si indurisce per sopravvivenza, ma ogni notte paga il conto con un vuoto che morde più delle minacce mafiose. Si mantiene l'umanità aggrappandosi a un'empatia selettiva: ascolto i loro rimpianti umani – il dolore per una madre perduta, il rimorso per un figlio innocente – senza assolvere i crimini, usando quel varco fragile per estrarre verità dalla loro omertà. Torno da mia figlia con silenzi curativi, ricordo che sospendere il giudizio è tecnica, non resa morale, e che la vera vittoria è non lasciare che il male mi contamini l'anima per sempre.​

 

Lei definisce i collaboratori di giustizia come "fantasmi" che devono morire socialmente per rinascere altrove con una nuova identità, recidendo ogni legame con il passato. Nel libro spiega che il suo ruolo non è solo legale, ma è quello di fare da "ponte con il mondo" per chi è isolato. In questo processo di trasformazione, quanto è difficile far comprendere a queste persone che la collaborazione con lo Stato non è un tradimento, ma un "patto" necessario per restituire un futuro ai propri figli e rompere la catena della faida?


I collaboratori di giustizia sono fantasmi: muoiono socialmente, recidendo legami familiari e radici per rinascere con un'identità nuova, isolati in un limbo che spezza l'anima. Il mio ruolo va oltre la toga: divento il loro ponte con un mondo che li ha rigettati, ascoltando le loro paure e i loro rimpianti. Far comprendere loro che pentirsi non è un tradimento, ma un patto necessario per ritornare a nuova vita, è la battaglia più dura: la mafia inculca che collaborare è il tradimento supremo, peggio della morte, un marchio che brucia dentro. Passo ore a dipingere il quadro – non sei un infame, ma un padre che spezza la catena della faida, regalando ai tuoi figli un futuro senza sangue e vendette; è un patto con lo Stato per riscattarti, non per salvarti la pelle, ma per interrompere il ciclo mafioso che ti ha divorato. Molti cedono solo quando vedono nei miei occhi che quel "patto" è l'unica resurrezione possibile, dura ma vera.


Una parte toccante del libro riguarda la sua vita privata vissuta sotto scorta, dove anche accompagnare sua figlia a scuola diventava un'operazione di sicurezza. Da quando non è più sotto scorta, e considerando che la sua missione è difendere la libertà altrui, come è cambiato il suo concetto personale di libertà vivendo costantemente per anni protetta da un'armatura invisibile, ma pesante?


La vita sotto scorta era una "libertà condizionata", una metà vita dove accompagnare mia figlia a scuola richiedeva in effetti protocolli particolari, con ombre silenziose che mi seguivano ovunque, rubandomi la spontaneità quotidiana. Non sono più sotto scorta da qualche anno, dopo che le minacce si sono attenuate con i processi conclusi e la mafia indebolita, ma quel peso invisibile ha lasciato cicatrici profonde. Ora cammino libera, senza sguardi alle spalle, assaporando un caffè al bar senza orari imposti o percorsi obbligati. Difendere la libertà altrui mi ha insegnato che la mia, forgiata sotto quell'armatura pesante, è diventata più preziosa e consapevole: non è solo assenza di catene, ma il lusso di scegliere un abbraccio spontaneo a mia figlia o una passeggiata solitaria al tramonto. Quegli anni mi hanno resa grata per ogni respiro non vigilato, trasformando la "metà vita" in un'arma per valorizzare la vera libertà.


Un saluto per i connazionali che vivono in Francia, a cui consigliamo il suo libro.


Cari connazionali in Francia i miei saluti dalla trincea della giustizia contro le mafie.

"Indomita" racconta trent'anni di battaglie per la verità, un'arma per tutti noi italiani sparsi nel mondo. Acquistatelo, diffondetelo nelle vostre comunità, e ricordate: la libertà si difende ovunque, con tenacia e memoria.  Una fimmina ha infranto l'omertà mafiosa, trasformando pregiudizi in armi, e vi ispirerà a difendere la giustizia ovunque – un ponte tra la mia trincea e le vostre vite. La mafia non ha confini, ma nemmeno la nostra tenacia. Un abbraccio indomito a tutti!

 

Lisa Bernardini

 
 
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