Successo incredibile per la mostra fiorentina Beato Angelico, omaggio all’Artista simbolo dell’Arte del Quattrocento
- Rivista LA VOCE

- 26 janv.
- 7 min de lecture
Il sipario è calato sulla grande mostra fiorentina dedicata a Beato Angelico e dal titolo omonimo, che dal 26 settembre 2025 al 25 gennaio 2026 ha incantato migliaia di visitatori, sviluppandosi tra Palazzo Strozzi (mostra principale) e il Museo di San Marco (luogo in cui l’artista operò). È stata la prima grande monografica a Firenze dedicata a Beato Angelico dopo settant’anni. Questa exhibition ha magistralmente omaggiato con intelligenza e completezza l'artista simbolo dell'arte del Quattrocento e uno dei principali maestri dell'arte italiana di tutti i tempi. Si è celebrato il “pittore della luce” con oltre 140 opere, tra restauri per l’occasione, dipinti, disegni, miniature e sculture, inclusi prestiti internazionali. Hanno aderito alle richieste, ad esempio, il Louvre di Parigi, il Metropolitam Museum of Art di New York, i Musei Vaticani, l’Alte Pinakothek di Monaco. Ci sono voluti oltre quattro anni di lavoro per mettere in piedi il percorso, che permette di riscoprire la grandezza di un maestro che unì arte e fede, attenzione verso il sacro e al contempo verso l’umano.
L'importanza dell’opera di Beato Angelico, la cui luce pittorica è luce metafisica, si riflette anche sui suoi collaboratori, come Benozzo Gozzoli, e anche su artisti non direttamente legati a lui, come Filippo Lippi. Dal suo modo di trattare la luce partirà un altro maestro come Piero della Francesca.
Abbiamo fatto un viaggio verso il capoluogo toscano prima che si chiudessero i battenti della esposizione, e la nostra impressione è che sia stata essa stessa un capolavoro nella curatela scelta, a firma Carl Brandon Strehlke, Angelo Tartuferi, Stefano Casciu.

Co-organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi ed il Museo di San Marco con la Direzione regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura, l’esposizione ripercorre l’intero arco della vita di Beato Angelico. La preziosità dell’appuntamento artistico fiorentino, che abbiamo visitato per i nostri lettori, è da porre nella ricostruzione di pale d'altare smembrate, affreschi del convento di San Marco e relazioni con artisti del primo Rinascimento, ponendo Beato Angelico in dialogo con maestri come Masaccio, Filippo Lippi, Lorenzo Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia. Ci soffermeremo nel nostro resoconto sul Museo di San Marco (ex convento) e sui suoi affreschi, che rappresentano gli esordi del grande artista, e riassumiamo il percorso di Palazzo Strozzi sottolineando solo alcuni concetti: la visita si snoda attraverso le fasi più importanti della carriera di Beato Angelico, concentrandosi sui viaggi, sui rapporti con gli altri artisti e con i grandi committenti come i Medici e la curia papale. Grazie a prestiti come il Polittico di Perugia e l’Annunciazione di Montecarlo da San Giovanni Valdarno si erge la fondamentale influenza di Beato Angelico sull’arte rinascimentale. A tal proposito notevoli le Sacre Conversazioni e le Crocifissioni sagomate, testimonianze della religiosità dell’epoca.
Beato Angelico, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455), è stato un pittore e frate domenicano italiano, figura chiave del primo Rinascimento fiorentino. Entrò a far parte dei Domenicani osservanti, una corrente minoritaria formatasi all'interno dell'ordine domenicano in cui si osservava la regola originale di san Domenico, che richiedeva assoluta povertà e ascetismo. Non si conosce la data esatta in cui prese i voti, ma la si può collocare tra il 1418 e il 1421, poiché ai novizi non era consentito dipingere il primo anno e il successivo documento di una sua opera è del 1423. L'ordinazione sacerdotale risale invece all'intervallo 1427-1429.

Conosciuto per la sintesi tra devozione mistica e prospettiva rinascimentale, fu maestro nell'uso della luce e del colore, famoso, oltre che per gli affreschi del convento di San Marco a Firenze, per la Cappella Niccolina in Vaticano.
Nato in Mugello, conosciamo poco della sua famiglia. Sappiamo che il padre, di nome Pietro, era figlio di un certo Gino, mentre il fratello Benedetto, di poco più piccolo dell'artista, lo aveva imitato nella scelta di farsi frate. Si formò inizialmente a Firenze come miniatore e pittore, influenzato da Lorenzo Monaco e, successivamente, dalla rivoluzione spaziale di Masaccio. Lorenzo Monaco era artista ancora legato al tardo gotico, stile che si sviluppa nella seconda metà del Trecento a livello europeo, con forti influenze nordiche, caratterizzato da alcuni elementi che troviamo anche nella mostra: attenzione e resa quasi virtuosistica del dettaglio, degli elementi naturalistici, delle miniature. Una cura quasi maniacale dei particolari.
Beato Angelico cercò di unire i nuovi principi artistici rinascimentali, come la composizione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didascalica dell'arte sacra e il valore mistico della luce.
Dal 1436 al 1445 circa, a Firenze, realizzò il suo capolavoro, decorando a fresco le celle dei frati del Convento di San Marco, il chiostro e la sala capitolare con scene sacre, tra cui la celebre Annunciazione. Nel 1445 circa fu chiamato a Roma da papa Eugenio IV, che morì poco dopo, e poi lavorò per Niccolò V, quello della Cappella Niccolina. L'Angelico stette a Roma circa dal 1446 al 1449 e risiedette nel convento di Santa Maria sopra Minerva. Poi andò ad Orvieto a lavorare nella volta della Cappella di San Brizio nella cattedrale, dove con il suo gruppo restò qualche tempo. Tornato a Roma, completò la Cappella Niccolina entro il 1448. Il 1º gennaio 1449 era già impegnato in un altro ambiente del Vaticano, con la decorazione dello studio di Niccolò V, adiacente alla Cappella Niccolina. Poi il ritorno in Toscana (1450-1452) e il secondo soggiorno romano e la morte (1452/53-55), dove morì nel 1455, sepolto nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva, casa madre dell'ordine domenicano . Sebbene noto come “Beato” già poco dopo la morte per la sua religiosità e pietà, fu ufficialmente beatificato da Papa Giovanni Paolo II solo il 3 ottobre 1982. E si deve a Giorgio Vasari l'aggettivo “Angelico”.
La sua pittura è caratterizzata da colori accesi, luce intensa che annulla le ombre, dettagli raffinati e una profonda spiritualità che concilia l'arte sacra con le nuove tecniche prospettiche. Ebbe una importante bottega con molti discepoli e fu un grande innovatore, protagonista di quell'irripetibile stagione artistica che, sotto il patronato dei Medici, ebbe il culmine nel 1439 con il Concilio di Firenze e che vide grandi opere pubbliche, tra cui lo stesso convento di San Marco.
Fu nel 1438 che Michelozzo, su incarico di Cosimo de' Medici, iniziò la costruzione di questo nuovo convento, all'avanguardia sia dal punto di vista funzionale che architettonico. L'intervento decorativo a San Marco fu deciso con l'assistenza di Michelozzo, che lasciò ampie pareti bianche da decorare, e fu un lavoro organico, che interessò tutti gli ambienti pubblici e privati del cenobio: dalla chiesa (la Pala di San Marco sull'altare maggiore) al chiostro (quattro lunette e una Crocifissione), dal refettorio (Crocifissione, distrutta nel 1554) alla sala capitolare (Crocifissione con i santi), dai corridoi (Annunciazione, Crocifissione con san Domenico e Madonna delle Ombre) fino alle singole celle. Il convento rischiò di essere distrutto nel 1812 dai francesi di Napoleone. I fiorentini si ribellarono e l’impresa non riuscì, ma molte opere vennero portate a Parigi.
Le celle del convento di S. Marco al piano superiore affrescate da Beato Angelico e dai suoi collaboratori hanno un livello di astrazione simbolica assolutamente innovativa, quasi contemporanea, e molto vicina alla figura di Piero Della Francesca. Abbiamo ricevuto un forte impatto visivo nella visita. Il momento apicale di Beato Angelico è sicuramente qui, al Convento di San Marco, dove lavorerà cinque anni con la sua bottega ben organizzata, che utilizzerà anche nel periodo romano. La decorazione prevedeva in ogni cella dei frati un affresco con un episodio tratto dal Nuovo Testamento o una Crocifissione dove la presenza di san Domenico indicava ai frati l'esempio da seguire e le virtù da coltivare (prostrazione, compassione, preghiera, meditazione...). In questo luogo non abbiamo trovato una coerenza nel programma iconografico, ma emerge una straordinaria novità: le celle vengono decorate con affreschi grandi. Di solito nelle celle dell’epoca si usavano piccoli affreschi, tabernacoli…; invece qui, gli affreschi danno come risultato la più estesa decorazione pittorica mai immaginata fino ad allora per un simile luogo.
Nelle zoni comuni del Convento, Beato Angelico utilizza i colori più preziosi: le foglie d’oro ed il blu’ lapislazzuli, che costava molto più dell’oro e dell’argento. Sono 44 celle in tutto, dove il visitatore riconosce facilmente le celle destinate alle persone più importanti per via degli affreschi più imponenti in esse contenuti, così come riconosce le celle “modeste” destinate ai novizi.

Gli affreschi del piano terra vengono concordemente attribuiti all'Angelico, in toto o in parte. Più incerta e discussa è l'attribuzione degli affreschi delle celle e dei tre dei corridoi del primo piano. Oggi si tende a attribuire all'Angelico l'intera sovrintendenza della decorazione, ma l'autografia di solo un ristretto numero di affreschi, mentre gli altri vennero dipinti nel suo stile da allievi, tra cui Benozzo Gozzoli.
Gli affreschi fiorentini non furono solo una pietra miliare dell'arte rinascimentale, ma sono anche i più famosi ed amati del Beato Angelico. La loro forza deriva molto dall'assoluta armonia e semplicità, che consente di trascendere lo scopo immediato per il quale furono dipinti, e cioè quello della devota contemplazione. Segnarono così una nuova fase dell'arte dell'Angelico, caratterizzata da una parsimonia nelle composizioni e da un rigore formale mai usati prima. L’apertura del Convento all’esterno circa a metà dell’Ottocento permise al mondo dell’arte di riscoprire la figura di un maestro unico come lui.
Una menzione particolare la merita la Biblioteca all’interno del Convento, all’epoca tra le più importanti del mondo, che contiene opere in miniatura di Beato Angelico (e non solo), a riprova di come questo genio assoluto potesse realizzare opere innovative e moderne e al contempo lavorare a miniature dalle precise regole medioevali codificate.
Riguardo alla produzione artistica, tra gli anni venti e gli anni trenta del Quattrocento si dedicò ad alcune grandi pale per la chiesa di San Domenico, che gli valsero una notevole fama e spinsero altri istituti religiosi a commissionargli repliche e varianti. All'inizio degli anni trenta si dedicò alle famose annunciazioni su tavola.
Le caratteristiche della maturità di Beato Angelico sono figure dolci, tratto morbido, colori brillanti, costruzione prospettica rigorosa. Anche se abbiamo notato - e la mostra lo prova - che le tante commissioni all’artista condizionarono i risultati del suo lavoro, quando ci siamo imbattuti, ad esempio, in opere successive che hanno elementi tardogotici del primo periodo, a seconda delle esigenze di chi pagava l’opera.
Per concludere, come ha appena dichiarato Vittorio Sgarbi: Angelico è già rinascimentale pur non avendo abbandonato del tutto il gotico. È nel mezzo. Ed è proprio questa posizione a renderlo decisivo. (…) Non credo ci sia altro pittore che abbia saputo dipingere Dio senza offendere l’intelligenza dell’uomo.
Lisa Bernardini















