top of page

Manuela Chiarottino: “Credo che il modello francese abbia compreso qualcosa di essenziale nell’editoria”

Nel panorama della scrittura contemporanea italiana, Manuela Chiarottino rappresenta una figura poliedrica capace di muoversi con naturalezza tra creazione narrativa, accompagnamento autoriale e ascolto profondo. Accanto alla sua attività di scrittrice, ha costruito negli anni un percorso professionale come editor, writer coach, ghostwriter, counselor e operatrice di scrittura terapeutica, lavorando a stretto contatto con autori esordienti e affermati.


Manuela, il tuo lavoro di editor e writer coach si basa su un equilibrio delicato tra tecnica e ascolto. Quali sono, secondo te, gli errori più frequenti che incontri nei manoscritti oggi e come li colleghi alle trasformazioni recenti del mercato editoriale?


Uno degli errori più frequenti che incontro oggi è una scrittura che cerca di “funzionare” prima ancora di capire cosa vuole dire. Molti manoscritti nascono già orientati al mercato e ai trend, ma risultano deboli sul piano della voce e del tema profondo. Si scrive spesso con l’ansia di essere pubblicabili, più che con il desiderio autentico di scrivere. Questo porta facilmente a trame che partono bene ma poi si perdono, personaggi poco definiti e finali affrettati. Questo accade anche perché il numero di pubblicazioni è cresciuto enormemente e il mercato richiede velocità, continuità, presenza costante. L’urgenza di “uscire”, di tenere il ritmo, porta facilmente a trame che partono bene ma poi si perdono, personaggi poco definiti e finali affrettati. A tutto questo si aggiunge l’uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale come scorciatoia per fare prima, senza però riuscire a costruire un vero centro emotivo capace di spiegare il perché di quella storia.


In Francia il ruolo dell’editor e del coach letterario è spesso più riconosciuto e integrato nel percorso dell’autore. Cosa pensi che il mercato editoriale italiano potrebbe imparare da quel modello?


Credo che il modello francese abbia compreso qualcosa di essenziale: la scrittura è un processo, e l’editor e il coach letterario dovrebbero lavorare in continuità con l’autore.Il mercato editoriale italiano potrebbe imparare a riconoscere maggiormente il ruolo dell’editor come alleato creativo, e non solo come correttore o filtro. Ancora oggi molti autori ritengono che il suo intervento non sia necessario, o lo guardano con diffidenza, temendo che possa stravolgere il testo o lo stile. In realtà, al di là delle correzioni, il lavoro editoriale ha proprio l’obiettivo di valorizzare le qualità di un romanzo, individuare e migliorare le criticità e accompagnarlo verso una forma solida e pubblicabile.


Come ghostwriter lavori sull’identità narrativa di altre persone. In che modo riesci a restare fedele alla voce dell’autore senza rinunciare alla qualità letteraria e alla struttura del testo?


Per me il ghostwriting è prima di tutto un atto di ascolto. Prima di scrivere, cerco di prestare molta attenzione al lessico dell’autore, alle immagini che usa, a ciò che dice e a ciò che evita di dire. Ma soprattutto cerco di entrare in empatia e di creare un rapporto di fiducia, senza giudizio.La qualità letteraria e la struttura servono a sostenere quella voce, non a sostituirla. Il mio obiettivo non è che il libro sembri scritto da me, ma che l’autore, leggendolo, possa dire: «Sì, lo sento mio».


La tua formazione come counselor e operatrice di scrittura terapeutica influisce sul modo in cui accompagni gli scrittori. Quanto conta oggi, secondo te, la dimensione emotiva nella costruzione di un libro e nella tenuta di una carriera autoriale?


Conta moltissimo, ed è una dimensione spesso sottovalutata. Scrivere un libro significa esporsi, attraversare dubbi, paure e aspettative. Quando lavoro con autori e scrittori come editor o writer coach, è importante considerare anche la parte emotiva: dietro a un blocco possono esserci momenti di fragilità, insicurezza o eccessiva autocritica.


Nel lavoro autobiografico come ghostwriter, invece, la mia formazione come counselor e operatrice di scrittura terapeutica diventa ancora più centrale. Qui entrano in gioco ascolto profondo, empatia e assenza di giudizio, elementi indispensabili per accogliere vissuti personali e passaggi di vita delicati e trasformarli in un testo narrativo che l’autore possa riconoscere come autentico.


Guardando al futuro, quali competenze pensi saranno sempre più richieste a chi lavora con la scrittura — editor, coach o autori — soprattutto in un contesto europeo sempre più interconnesso, come dimostra il dialogo crescente con il mercato francese?


Penso che saranno sempre più richieste competenze complete, a 360 gradi. Non solo una solida tecnica narrativa, ma anche capacità di visione, sensibilità e ascolto.Per l’editor sarà fondamentale accompagnare gli autori nella costruzione di una voce riconoscibile e solida, senza spingerli verso modelli preconfezionati. La differenza la farà la capacità di tenere insieme la qualità del testo e il rispetto profondo per la persona che scrive, e naturalmente per il lettore, senza rincorrere l’omologazione.


Lisa Bernardini

 
 
bottom of page