Sara Grimaldi: raccontare l’umano oltre lo schermo

Dal cinema alla letteratura, Sara Grimaldi attraversa linguaggi diversi mantenendo al centro una stessa ricerca: raccontare le persone, le loro fragilità e le contraddizioni che segnano i rapporti umani. Si forma a Milano in Storia del Cinema e alla Scuola Civica di Cinema, per poi trasferirsi a Parigi, dove completa gli studi alla Sorbonne Nouvelle. Regista e documentarista, lavora tra cinema indipendente, pubblicità e progetti a carattere sociale e ambientale, e da anni insegna alla scuola di cinema EDRA.
Nel 2023, quasi per caso, nasce Asfalto, il suo primo romanzo. Protagonista è Caterina, quindicenne che decide di morire prima di diventare adulta, dopo aver osservato a lungo un mondo adulto nel quale non riconosce più punti di riferimento. Un romanzo nato da un’immagine cinematografica e diventato un’indagine sul rapporto tra generazioni, sulla responsabilità degli adulti e sulla solitudine degli adolescenti.
Milano, poi Parigi: come è cominciato tutto?
«Sono laureata in Storia del Cinema e Scienze dei Beni Culturali all’Università di Milano. Poi ho frequentato il corso di regia alla Scuola Civica di Cinema di Milano, che oggi si chiama Luchino Visconti. Sono arrivata a Parigi a 24 anni. In Italia avevo iniziato a lavorare molto giovane, a vent’anni, come filmmaker, poi per CQ e Vogue. Ho lavorato anche come aiuto regista, soprattutto nella pubblicità. A Parigi ho continuato il mio lavoro e ho ripreso gli studi alla Sorbonne Nouvelle: prima un Master 1 e poi un Master 2, completando il mio percorso universitario.»
Ma la regia, quando è entrata nella tua vita?
«Il cinema mi ha sempre accompagnata. Da piccola guardavo moltissimi film, anche alcuni forse un po’ grandi per la mia età: a otto anni, per esempio, ho visto 2001: Odissea nello spazio. Leggevo tantissimo, scrivevo storie, inventavo racconti e disegnavo. Organizzavo anche piccoli spettacoli a Natale e a fine anno e facevo la regista. Raccontare storie è sempre stato un modo per connettermi con gli altri.»
E oggi, che cosa cerchi quando racconti una storia?
«Lavoro molto sulle persone. Nei documentari, nei cortometraggi e nella fiction mi interessa soprattutto creare un coinvolgimento emotivo. Racconto spesso personaggi irrisolti, persone che hanno davanti molte possibilità ma non riescono a vederle perché sono legate al passato e incapaci di proiettarsi verso il futuro. Per me un film deve lasciare una riflessione, qualcosa su cui continuare a pensare.»

Da dove nasce, invece, l’idea di Asfalto?
«È nato quasi per caso. Non pensavo di essere capace di scrivere un libro.
Un paio di anni fa ho smesso di lavorare con una scuola di cinema. Gli studenti stavano preparando un esame e hanno saputo all’ultimo momento che avrebbero dovuto consegnare un dossier che non sapevano di dover realizzare. Tra loro c’era uno studente molto bravo, che ha iniziato a piangere come un bambino, ed è anche grazie a lui che ho scritto il libro.
Sono uscita molto arrabbiata da quella situazione, perché avevo trovato molte contraddizioni. Sono salita sulla bicicletta e ho iniziato a pedalare. A un certo punto ho visto un’immagine nella mia mente: una ragazzina distesa per terra, sull’asfalto.
Sono arrivata a casa, ho detto a tutti di lasciarmi in pace, mi sono chiusa in camera e ho scritto il primo e l’ultimo capitolo. Era il 2023. Poi non sapevo cosa farne. Non avevo mai scritto un libro e per un po’ l’ho lasciato lì. È stata la mia psicologa a incoraggiarmi a continuare. Mi diceva: “Non preoccuparti, intanto scrivilo”. Ed è stata lei a scrivere la prefazione. Quel lavoro mi ha permesso di ritrovare emozioni dell’adolescenza che non ricordavo più di avere.»
Chi è Caterina?
«Caterina ha 15 anni, 7 mesi e 3 settimane. Ha preso una decisione definitiva: morire prima di raggiungere l’età adulta. Per mesi osserva attentamente il mondo degli adulti e aspetta un segno, un gesto che possa farle cambiare idea. Ma quel segnale non arriva.
Il romanzo parte da una domanda: a che punto gli adulti hanno dimenticato di essere stati bambini?»
Perché proprio gli adulti sono al centro del romanzo?
«Caterina, in qualche modo, “asfalta” anche gli adulti che incontra: non si rivelano mai all’altezza. Il vero problema è la difficoltà degli adulti di essere adulti.
Ho presentato il libro anche con Michela Marzano, che mi ha detto una cosa che ho trovato molto interessante: oggi uno dei problemi dei genitori è la mancanza di credibilità.»
Quanto di te c’è in Caterina?
«Non è la mia storia e non è un romanzo autobiografico. Ho preso alcuni spunti dalla mia adolescenza, ma c’è anche molto di me come genitore.
Scrivere questo libro mi ha permesso di recuperare emozioni di cui avevo dimenticato la potenza. Alcuni capitoli sono stati molto difficili da scrivere. Ci sono stati momenti in cui finivo di scrivere e piangevo. È stato un forte percorso di autoanalisi e mi ha permesso di scoprire punti di vista che probabilmente non avrei avuto altrimenti.»
Dal set alla pagina: che cosa cambia?
«Le modalità sono diverse. Però chi ha letto il libro mi dice che riconosce il mio lavoro di regista: leggendo Asfalto, vede delle immagini come se stesse guardando un film. Tantissime persone mi hanno già chiesto quando farò il film.»
E tu lo vedi già?
«Nella mia testa il film è già fatto. Mi piacerebbe molto realizzarlo, anche se servono molti soldi. Intanto vorrei tradurre il libro in francese. Stiamo lavorando con una traduttrice e abbiamo già tradotto il primo capitolo. Mi è stato chiesto anche di tradurlo in inglese. Penso che la traduzione francese possa aiutare anche a trovare dei finanziamenti per il progetto cinematografico.»
A chi vuoi parlare con Asfalto?
«È soprattutto un libro per gli adulti: genitori, educatori, persone che lavorano con i ragazzi, ma anche semplicemente adulti. Può essere letto dai ragazzi dai 17-18 anni senza accompagnamento. Dai 15 anni, invece, credo sia importante leggerlo in un contesto protetto, per esempio a scuola, e poi parlarne insieme. La tematica è il suicidio giovanile, un’emergenza sociale molto importante. In Francia è tra le principali cause di morte tra i giovani; anche in Italia rappresenta una questione particolarmente seria.»
Caterina aspetta fino all’ultimo un segnale. Perché?
«Non volevo che ci fosse un perché, che qualcuno cercasse di attribuire un significato particolare alla data che sceglie. È quasi casuale: 15 anni, 7 mesi e 3 settimane.
Lei prepara tutto, ma fino all’ultimo spera che arrivi un segnale da parte di un adulto che possa convincerla a non farlo.»
E adesso, dopo Asfalto?
«Prima di tutto, le traduzioni del libro in francese e in inglese e il progetto di realizzare il film. Parallelamente continuo a lavorare come regista su diversi progetti documentari e a insegnare alla scuola di cinema. Cinema e scrittura sono oggi due forme diverse attraverso cui posso continuare a raccontare le persone e il mondo.»
Michela Secci



